Quando qualcuno rientra da un viaggio o una gara in Africa, il mondo gli associa generalmente una strana malattia, che non è la malaria, non si cura con le medicine o negli ospedali, e non appare nelle analisi del sangue: il mal d’Africa.
C’è chi ha mal di pancia, mal di denti, mal di schiena e i sintomi sono di solito sempre gli stessi e sono descrivibili a qualsiasi medico specialista. Ma avete mai avuto o vi siete mai chiesti cosa sente chi ha il mal d’Africa? Eppure non ho usato né vaccini né altri antidoti magici. Non credo sia fortuna, la mia. Credo si tratti piuttosto di un punto di vista diverso di vivere un luogo, di ascoltare le persone che ci vivono, di ricordare i visi che si incontrano, di vedere i colori che lo riempiono, di sentire gli odori che lo caratterizzano, e di racchiudere tutto questo in un posto prezioso della propria memoria, che non fa male.
Non si tratta di parlare della povertà e della miseria che impregnano la vita della maggior parte degli africani e dei senegalesi, di quello ne parlano tutti. Parlo della contraddizione che si prova camminando per strada. Il primo giorno provi rabbia verso il mondo nel vedere certe cose, dopo due giorni la rabbia è verso te stesso, perché hai la sensazione di abituarti all’idea che le cose stiano così. Questa è una grandissima discordanza se ci pensate bene, ed è faticoso sentirsela addosso. Parlo anche e soprattutto di fermi immagine, di fotografie. Dakar è una giungla dove regna l’anarchia e la confusione: persone, cibi, macchine, strade, negozi, voci, note, rumori, sapori, sensazioni si mescolano senza alcun senso né ordine. Ti sembra di guardare e provare qualcosa, ma poi ti rendi conto che in realtà stai guardando e sentendo qualcos’altro. Poi fai 300 km e i confini tra le cose cominciano ad essere più definiti e ti senti più tranquilla.
Una bambina di 5 anni si sveglia prima di tutti in famiglia e mette sul fuoco il caffè in modo che la nonna possa berlo caldo non appena si alza. Il giorno dopo ti prende per mano e ti accompagna a comprare un po’ di frutta nel piccolo supermercato del paese, indicando con precisione al negoziante di volere quella mela e non quell’altra, “è più buona” mi dice, “fidati di me”. Mi fido. Una delle mele più squisite che io abbia mai mangiato.

Il giorno prima di partire, un ragazzo della classe dove la mattina insegnavo a scrivere mi ha promesso in Wolof (la lingua locale, a dir poco incomprensibile) che si sarebbe fatto piccolo piccolo per entrare nella mia valigia e venire con me, lo ammetto un po’, lo ha mimato ma non ho avuto bisogno di alcuna traduzione. La mia risposta? Un sorriso di quelli “universalmente riconosciuti”, dall’Africa all’Italia passando per Messico, Australia, Alaska, New York, Tokyo e chi più ne ha più ne metta.
Se ripenso a tutte queste immagini e ricordo le sensazioni che ho provato non provo alcun male, non sono affetta dal mal d’Africa! Non è un viaggio né un posto come tutti gli altri, trasformare e proiettare queste immagini e ricordi sulla propria pelle e sulla propria vita di tutti i giorni ha una difficoltà infinita.
padre Arturo Buresti, amico e padre spirituale del grande motociclista Fabrizio Meoni parlava sempre di un debito di Fabrizio in conflonto del Africa diceva:”L’Africa mi ha dato tanto e io devo restituire qualcosa. Quando ho vinto la prima Dakar (nel 2001) ho pianto, ma non di gioia, perchè ho visto intorno al palco d’arrivo tanti bambini sporchi, strappati, allora ho pensato “io sono fortunato”; allora Meoni fondò una fondazione dove aiuta, ancora adesso dopo la sua morte, i bambini di Dakar e del Segenal.
